ELEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA. FANTAPOLITICA E REGOLE COSTITUZIONALI

Enrico Letta  – che, quale che sia il giudizio sul piano politico (il nostro è altamente positivo, sia per i risultati, che per i programmi), è universalmente considerato una persona di alto profilo morale e di indiscusso rigore sul piano istituzionale – risponde ormai con fastidio alle pressanti domande sui presunti candidati al Quirinale di cui, di volta in volta, i giornali parlano, mescolando valutazioni sui nomi con indiscrezioni più o meno inventate e con retroscena assolutamente improbabili e fantasiosi.
È comprensibile l’interesse della pubblica opinione e dei media per la elezione del nuovo Presidente. Anche se l’Italia non è una repubblica presidenziale, il Capo dello Stato ha  poteri molto incisivi che, in ragione della flessibilità della Costituzione, diventano ancora più vasti nei periodi di instabilità.
Quello che non è giustificato è il clima da telenovela con cui viene trattata la vicenda con giornali e commentatori che si affannano a disegnare scenari che hanno a che vedere più con la fantapolitica che con la realtà.
Clima che coinvolge anche politici di primo piano che propongono ipotesi completamente scollegate dal quadro costituzionale.
Così c’è chi propone Draghi al Quirinale, aggiungendo, però, che, dal colle più alto, potrebbe teleguidare il governo per il tramite di un Presidente del Consiglio di sua fiducia.
Ci sono, poi, giornali che ipotizzano una elezione a termine, per uno o due anni.
Anzi,  secondo quanto scrivono alcuni retroscenisti, ci sarebbero personaggi e gruppi che starebbero lavorando per una staffetta istituzionale: un presidente di transizione per uno o due anni che, poi, cederebbe il posto al vero designato.
Al di là della valutazione sulle persone, bisognerebbe imporre a chiunque voglia avanzare proposte sull’argomento di leggere preventivamente, non un trattato, ma un bignamino di diritto costituzionale, onde evitare di scadere in ipotesi da bar di periferia.
Richiamiamo per i distratti alcune delle disposizioni basilari della Carta Costituzionale sui rapporti fra Presidente della Repubblica, Governo e Parlamento. Disposizioni che, ovviamente, conoscono tutti i cittadini dotati di un minimo di attenzione per la cosa pubblica:

  1. Essendo la nostra una repubblica parlamentare, un governo rimane in carica fino a quando ha la fiducia delle Camere.
  2. La figura centrale della politica è il Presidente del Consiglio che, come dice l’art. 95 “dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile”.
  3. Il Presidente della Repubblica viene eletto per sette anni. Non è ipotizzabile nessuna trattativa e nessun impegno che riduca la durata del mandato.
  4. Ancora meno è possibile una staffetta con la quale venga barattato l’anticipo della scadenza con la scelta di un ipotetico successore.

È vero che la Costituzione italiana è flessibile, ma questi sono princìpi sui quali si basa l’Ordinamento della Repubblica. Non sono negoziabili e non sono derogabili. Anzi, qualunque tentativo di forzarne l’interpretazione potrebbe configurare il reato di attentato alla Costituzione.
Che alcuni protagonisti della politica ritengano che tali principi possono essere ignorati e/o bypassati farebbe sorridere se non fosse la spia di una insofferenza alla regole che non può non suscitare preoccupazioni.
Accanto a questi principi ci sono prassi e regole non scritte che ispirano la elezione del Presidente fin dal 1948.
La prima di queste regole è che alla Presidenza della Repubblica non ci si autocandida ma si viene candidati. Chiunque, in passato, ha tentato di infrangere questa regola cercando di imporre la propria candidatura ha finito con un clamoroso insuccesso.
Se si tengono presenti questi principi, ci si rende conto della futilità degli articoli pubblicati su tutti i principali giornali  nelle ultime settimane, con nomi, anticipazioni, previsioni e indiscrezioni che non hanno alcun fondamento e non possono averlo, a maggior ragione in questo momento, vista la frammentazione esistente in Parlamento.
Se si guarda al passato, l’unica cosa che si può dire è che i presidenti eletti, sono stati accomunati da alcune condotte comuni nelle settimane e nei mesi precedenti l’elezione: non fare dichiarazioni pubbliche, stare lontani dai giornali, non indire riunioni, non chiedere di essere votati o, almeno, farlo con modalità tali da escludere che se ne potesse parlare sui media.
I retroscena, gli scenari, le cene di compleanno, le riunioni clandestine, le trattative da mercato rionale – noi ti eleggiamo se tu non sciogli le Camere; oppure noi ti eleggiamo se nomini tizio Presidente del Consiglio; o ancora, io ti voto se mi nomini senatore a vita – servono soltanto a suscitare la curiosità dei lettori e, forse, a vendere qualche copia in più, ma non hanno nulla a che fare con la elezione del Capo dello Stato.
E qualcosa di serio si potrà ipotizzare e scrivere sull’argomento solo quando, a gennaio, il Presidente della Camera convocherà i grandi elettori in seduta comune.